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Katia Tarasconi: “sbloccare le mascherine requisite e ferme in dogana”

Mascherine acquistate, pagate in anticipo e ora requisite e bloccate in dogana su disposizione del Governo centrale. E’ la situazione in cui si trovano in questi giorni numerose strutture private piacentine come farmacie, aziende, negozi di prodotti sanitari. Strutture piacentine e non solo. Una situazione che la consigliera regionale del Pd Katia Tarasconi non esita a definire paradossale: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che in questa fase 2 sia indispensabile l’utilizzo di dispositivi di protezione come le mascherine altrimenti rischiamo di ripiombare nell’emergenza di poche settimane fa, e sarebbe disastroso. Ma – prosegue Tarasconi – se da un lato le Istituzioni stanno consegnando ai cittadini questi dispositivi a prezzi fissi, quando non gratuitamente come ha fatto la Regione Emilia-Romagna con gli oltre 8 milioni mezzo di mascherine già fatte arrivare ai Comuni, dall’altro non è pensabile che in nome dell’emergenza sanitaria vengano requisiti dispositivi già acquistati dai privati e che, di fatto, ora sono bloccati in dogana in attesa di capire cosa farne, come distribuirli ai cittadini che ne hanno bisogno».


Dispositivi già acquistati dai privati dunque e, sottolinea la consigliera regionale, già pagati in anticipo perché è così che funziona. Il punto è proprio questo: «Ci sono strutture che hanno liberamente scelto di investire denaro per acquistare mascherine – spiega – e ora si ritrovano con la merce requisita perché il prezzo a cui la rivenderebbero sarebbe superiore a quello stabilito dal Governo che corrisponde a 50 centesimi a mascherina. Ritengo che questo sia profondamente sbagliato: lo Stato ha il pieno diritto, per non dire il dovere, di mettere a disposizione mascherine anche gratuitamente a tutti i cittadini, soprattutto perché esiste l’obbligo di utilizzo di tali dispositivi nei casi previsti; ma non può certo impedire l’iniziativa privata vincolandola a parametri insostenibili». Perché insostenibili? Lo spiega Katia Tarasconi: «Perché in molti casi, i privati che hanno acquistato mascherine le hanno pagate al fornitore un prezzo già superiore a quello imposto per la vendita al pubblico. Si parla di 50-55 centesimi al pezzo, il che rende impossibile la vendita a 50 centesimi per coloro che hanno già sostenuto l’investimento: ci perderebbero, e non è giusto». Un conto è avere il controllo dei prezzi evitando speculazioni inaccettabili, altro conto è requisire le mascherine provocando un danno economico a chi le ha già acquistate per rivenderle. E c’è un altro punto, non certo secondario: «Questa incertezza a livello centrale – conclude Tarasconi – sta di fatto impedendo la distribuzione di dispositivi indispensabili per la cittadinanza, tenendoli chiusi in scatoloni bloccati negli uffici delle dogane». Oltre al danno anche la beffa.


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